Cadore
Cadore : unica e straordinaria nella sua bellezza, maestosa il Cadore è una regione delle antiche tradizioni di storia ed arte, che si estende nella vallata bagnata dal Piave, che raccoglie i laghi di Pieve, Auronzo e Misurina e che è circondata da massicci dolomitici e dalle Tre Cime di Lavaredo, le Marmole, i Cadimi, gli Spalti di Toro, i Brentoni.
I centri turistici del Cadore, Auronzo, Misurina, Pieve di Cadore (paese natale del Tiziano), Calalzo, Domegge, Lozzo, Lorenzago offrono attività e strutture complete per lo sport, ma anche ideali luoghi di riposo e di passeggiate nelle grandi foreste e nei tranquilli pascoli che coprono questo territorio.
Pieve di Cadore
È una piccola cittadina che sorge ai piedi dei rigogliosi colli Contràs e Monte Ricco; dai suoi 878 metri domina l'intera vallata del Centro Cadore.
Il paesaggio è talmente dolce da aver ispirato, nel 1892, questi versi di Giosuè Carducci: "Pieve che allegra siede tra' colli arridenti e del Piave ode lo strepito..." (allora non c'era ancora il lago a coprire il corso del fiume). Possenti, troneggiano a nord le Marmarole (m. 2932): "le Marmarole care al Vecellio" canta ancora il Carducci, ricordando che il pittore le evocò nella sua famosa "Presentazione della Vergine al Tempio". Il Carducci dedicò l'ode "Cadore" al grande Tiziano e all'eroe del nostro Risorgimento Pier Fortunato Calvi: il primo, sommo pittore del Cinquecento che ebbe i natali proprio a Pieve; il secondo, indomito combattente che sacrificò la propria vita per la liberazione di questa regione dal dominio austriaco. Nelle trascorse vicende di Pieve si riassume tutta la secolare storia del Cadore, dalla romanizzazione (qui venne installato un avamposto militare), alla cristianizzazione (la prima chiesa cadorina sarebbe sorta sul Monte Ricco), al succedersi di varie signorie fino all'annessione della regione alla Serenissima Repubblica di Venezia. Al centro del paese, nella piazza principale, si trova il palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, simbolo stesso dell'antica unione federale costituitasi nel XI secolo: qui si riunivano i 27 membri del General Consiglio, massimo consesso della Comunità, ai quali era dato decidere del locale ordinamento statutario. L'edificio, costruito nel 1447, subì danni talmente gravi durante la guerra contro la lega di Cambrai da dover essere interamente ricostruito nel 1525. La torre di pietra è del 1491. Il piano terra, una volta adibito a prigione, ospita oggi un grazioso Caffè. Dall'ingresso del primo piano, sul cui pavimento è ben visibile un mosaico romano del II secolo, si accede all'odierna sala consigliare (l'ente che oggi vi si riunisce si occupa soprattutto di promozione culturale); all'interno della sala, impreziosita da uno stupendo soffitto in legno, possiamo ammirare un dipinto di Marco Vecellio, il ritratto di Pier Fortunato Calvi eseguito da Tommaso Da Rin, i busti egregiamente scolpiti di alcuni cadorini illustri e il labaro della Comunità. Al piano superiore è stato allestito un piccolo museo dedicato al Calvi, nonché una piccola galleria con le opere di Guglielmo Talamini di Vodo ed un piccolo museo archeologico con i reperti paleoveneti di Làgole (Calalzo).
All'esterno del palazzo, due lapidi commemorano rispettivamente Pier Fortunato Calvi e i caduti della Grande Guerra.
Al centro della piazza, si erge una statua in bronzo del 1880 raffigurante il Tiziano, opera del veneziano Antonio Dal Zotto.
Peraolo
Perarolo di Cadore è situato sulla direttrice di Alemagna a metà strada fra Belluno e Cortina d'Ampezzo, dalle quali dista 36 chilometri. Posto alla confluenza del fiume Piave e del torrente Boite, trasse per secoli le sue fortune da questa sua particolare ubicazione: il commercio del legname fu per molti secoli la grande fonte di ricchezza del paese; il trasporto del materiale veniva effettuato su zattere che partivano da Perarolo alla volta di Venezia (la Repubblica di Venezia, che comprendeva allora tutto il Cadore, aveva bisogno di legname per le costruire le sue navi ); solo a quell'altezza, infatti, in particolari periodi dell'anno, il Piave poteva cominciare il suo corso di fiume navigabile. I tronchi, gettati nell'acqua a monte di Perarolo e provenienti anche dalla Carnia, dal Tirolo e perfino dalla Carinzia, giungevano alla rinfusa ai cìdoli di Sacco e di Carsiè, due chiuse artificiali che sbarravano l'alveo del Piave e del Boite. Da qui, con un sistema di "roste" (sbarramenti di palafitte) e di canali artificiali detti "rogge", venivano smistati secondo il marchio ed avviati alla lavorazione. Lungo il Piave, da Perarolo a Longarone (scriveva nel 1875 Antonio Ronzon nel suo "Almanacco cadorino"), c'erano 132 segherie, delle quali ben 54 nel territorio di Perarolo, distribuite tra quelle di Sacco, Bianchino, Perarolo, Ansogne, Carolto e Venago. Le 132 segherie (scrive sempre il Ronzon) lavoravano "dai tre ai quattro milioni di assi all'anno, i quali andavano a formare circa 3200 zattere...... lunghe 22 metri circa e larghe 5". Due segherie di Ansogne erano di proprietà di Tiziano Vecellio, il sommo pittore che con Perarolo non ebbe solo relazioni d'affari: nel 1525 (scrive in un suo libro G. Ludwing) Tiziano sposò Cecilia, figlia del "quondam ser Alo de maistro Jacomo, barbier della villa de Perarol de Cadore", che ritrasse, bellissima, in alcuni celebri dipinti, tra i quali la "Madonna del coniglio" del Louvre. Fra gli ospiti illustri della fine dell'800, il Cadore annovera anche il grande poeta Giosuè Carducci che nell'Ode "Cadore" così scrisse: "...... il carrettiere per le precipiti vie tre cavalli regge ad un carico di pino da lungi odorante, e al Cidolo ferve Perarolo, e tra le nebbie fumanti ai vertici tuona la caccia..." vv.137-142. Nel secolo scorso Perarolo raggiunse il suo massimo sviluppo economico ed acquisì un enorme prestigio che culminò quando Luigia Lazzaris (1819-1907), sposa del senatore Girolamo Costantini, ospitò per due anni consecutivi nel suo palazzo (firmato dal prestigioso architetto Antonio Caregaro Negrin di Vicenza) la Regina Margherita di Savoia, allora trentenne, con il figlio Vittorio Emanuele di 12 anni. Una lapide di pietra sulla facciata del palazzo ne ricorda il primo soggiorno: "Margherita di Savoia Regina d'Italia e Vittorio Emanuele Principe di Napoli qui soggiornarono dal dì 8 agosto al dì 8 settembre 1881". L'anno successivo la Regina tornò a Perarolo dal 10 agosto all'8 settembre. La lavorazione ed il commercio del legname che per lunghissimo tempo avevano dato prosperità e rinomanza al paese, perdettero la loro funzione dopo la costruzione della ferrovia (il primo treno giunse a Perarolo l'8 giugno 1913) e con il diffondersi del trasporto delle merci su strada; lentamente le falegnamerie si trasferirono verso i centri di produzione. Iniziò così per Perarolo un lento decadimento ed un lungo periodo di transizione alla ricerca di nuovi sbocchi occupazionali.
Calalzo
Calalzo è con ogni probabilità il più antico insediamento del Cadore: sono stati rinvenuti numerosi reperti archeologici che lasciano presupporre l'esistenza, circa 2500 anni fa, di un santuario paleoveneto dedicato ad una divinità sanante; gli scavi hanno portato alla luce, in particolare, alcune statuette bronzee e un gran numero di iscrizioni venetiche oggi conservate al museo della Magnifica Comunità a Pieve di Cadore.
Lo stanziamento dei Romani intorno ai primi secoli dopo Cristo è altresì attestato dal ritrovamento di monete d'epoca imperiale.
Calalzo, che con la piccola frazione Rizzios conta circa 2500 abitanti, è il cuore geografico del Cadore; sorge a 806 metri s. l. m. in una felice posizione soleggiata sopra un terrazzo morenico; è sviluppato su una vasta area che si estende dall'ingresso delle valli d'Oten e Molinà fino alle sponde del lago del Centrocadore, ai piedi delle Marmarole (m. 2932), uno dei più complessi ed affascinanti gruppi orografici della regione.
Queste montagne seppero ammaliare anche il grande Tiziano che le dipinse nella sua famosa Presentazione di Maria al tempio.
Grazie al paesaggio incantevole, Calalzo fu una meta di villeggiatura rinomata già ai tempi della Serenissima: i patrizi veneziani fecero costruire numerosi edifici di gran pregio architettonico per trascorrervi comodamente le vacanze.
Pare, inoltre, che fin dall'antichità fossero conosciute le proprietà terapeutiche dell'acqua delle sorgenti di Làgole, ottima ragione, nient'affatto secondaria, per un benefico e salutare soggiorno in questa località. Oggi Làgole è ancora un angolo di paradiso dove trascorrere giornate indimenticabili: si può passeggiare lungo le rive del lago, prendere il sole sulla spiaggia o inoltrarsi tra i boschi lungo un ruscello dall'acqua purissima.
Il laghetto delle Tose è la meta obbligatoria per chi volesse fare una corroborante nuotata. Uno tipico chalet, proprio in riva al grande lago, offre gradito ristoro, divertimenti e giochi fino a notte tarda: la sera è rallegrata dalle danze sullo splendido terrazzo all'aperto.
Sulle Marmarole, rifugi e bivacchi attrezzati sono a disposizione dei turisti che vogliano avvicinarsi allo spettacolo naturale delle Dolomiti e vivere intensamente un'esperienza unica.
Tante sono le possibili escursioni nei boschi incontaminati delle valli Oten (il nome significa "ultimo" a voler indicare che non vi può essere altro luogo che regga al suo paragone) e Molinà (questo nome è stato dato per ricordare l'attività dei mulini ad acqua che nel passato servivano a macinare le granaglie): i nomi delle località da visitare sono: Vedessana, Tuoro, Praciadelan, Etola, Taunia, Pian dei Arboi, Costa dei Larici, Col dei Gai, Velusere e Costapiana; su immense distese di prati odorosi di pino mugo si può sostare all'ombra di secolari abeti e larici a gustare la caratteristica cucina locale.
Domegge
Deriva il suo nome dal latino "duo milia" che significa "duemila", con probabile riferimento alla distanza tra Domegge e la Mansione romana di Pieve. Con le frazioni di Vallesella e Grea conta circa 2700 abitanti. È situata a 775 metri s. l. m. ai piedi di una catena di maestose montagne dalle guglie slanciate e fiabesche chiamate gli Spalti di Toro, dal nome scandinavo del dio del tuono Thor. Il rinvenimento di un'elmo gallico a Vallesella e la scoperta di tombe celtiche nel centro dell'abitato attestano l'origine remota di questo paese. Lo storico Giuseppe Ciani (1793-1867), autore della "Storia del popolo del Cadore", racconta che la zona fu presumibilmente abitata da Longobardi, adoratori di Thor. Un'iscrizione latina, scoperta nell'antica chiesa parocchiale, testimonia che il paese doveva rappresentare un piccolo centro di un certo rilievo già nel 800 d.C. durante il dominio di Carlo Magno ed il pontificato di Leone III: è del 809, infatti, la costruzione del primo oratorio pubblico. Nel 1208 la parrocchia fu dichiarata autonoma da quella di Pieve. Nel 1394 vennero messi per iscritto gli Statuti. La stesura del "Laudo di Domegge" datata 1492 viene attribuita ad Enselmino de' Mezzani, discendente di una famiglia originaria di Feltre stabilitasi molto tempo prima a Domegge: si tratta di un rifacimento di un'anteriore raccolta di norme che regolavano la vita amministrativa, sociale ed economica del paese. Le copie conservate nell'archivio comunale di Domegge e presso la Biblioteca Storica Cadorina di Vigo risalgono al 1796. I riferimenti che vi si colgono riguardano un'economia basata essenzialmente sull'attività agricola e sulla pastorizia, attività che a partire dalla fine del secolo scorso hanno ceduto definitivamente il posto all'industria degli occhiali, oggi addirittura leader a livello internazionale (Domegge è attualmente sede della maggior parte delle grandi occhialerie e dei piccoli laboratori cadorini). Dal signorotto Scaffardo Domegge passò al dominio dei Caminesi; quindi, con tutto il Cadore, si diede a Venezia fino al 1797 prendendo parte attiva, dal 1508 al 1513, alla guerra provocata dalla Lega di Cambrai. Nella località chiamata Castelloi sembra che in età medievale vi sia stato un castello situato in una zona più elevata rispetto agli attuali insediamenti.
Lozzo
L'etimologia del nome è ancora incerta: alcuni studiosi ritengono derivi da Lucius, nome di un tribuno romano stabilitosi nella zona; altri pensano che la radice sia la stessa della parola "luce", alludendo ai segnali luminosi emessi nella vallata in tempi remoti per allertare la popolazione all'arrivo del nemico; altri ancora scorgono una parentela con "luteum", luogo paludoso; non si esclude infine la possibilità che il nome derivi da "lucus", bosco.
La storia di Lozzo è antichissima. Nella seconda metà del secolo scorso furono compiuti importanti scavi archeologici che portarono alla luce numerosi reperti grazie ai quali si potè ricostruire molta parte della storia del paese. Si tratta di tombe collocate in diversi strati del terreno, preromane quelle inferiori, romane le superiori; vari oggetti in bronzo e in ferro, elmi, spade, monete, fibbie ed un cippo funerario di ardesia con un'iscrizione venetica integra. Queste scoperte fanno pensare all'importanza militare delle locali vie di comunicazione e all'insediamento di una popolazione assai prima di qualunque presidio di difesa. Il clima, tra i più miti del Cadore, la fertilità del terreno e la ricchezza delle risorse idriche devono aver insieme contribuito a fare di Lozzo uno dei più antichi insediamenti di questa regione montana. Si hanno pochissime notizie del periodo che precede la fine del dominio dei Caminei, tuttavia sappiamo che il paese subì, come tutto il Cadore, l'invasione di popolazioni straniere per molti secoli; ci è noto anche che Lozzo, facendo propri gli ordinamenti più confacenti alla gente del luogo, riuscì sempre a far prevalere il suo incontenibile spirito di indipendenza. Con l'avvento del cristianesimo il villaggio ebbe la sua chiesa, sicuramente prima del 1226. Nonostante il caminese Biaquino III avesse dato al Cadore, nel 1235, uno statuto generale, si rendeva lo stesso necessario codificare per ogni singola Regola (l'antica amministrazione comunale) ciò che la tradizione orale aveva tramandato per ciascun paese: fu così che, nel 1444, sotto il protettorato della Serenissima, Lozzo ebbe il suo primo Laudo (l'antico regolamento comunale), valido fino a qualche anno dopo la caduta di Venezia (1797).
Vigo
Con le frazioni di Laggio, Pelos e Pinié, Vigo occupa una posizione panoramica privilegiata a ridosso del monte Tudaio, ad un'altitudine di 951 metri s. l. m.; da lì ha inizio la suggestiva Val Piova che culmina a 1745 metri con l'altopiano di Casera Razzo: si tratta di un'ampia distesa di pascoli interrotta qua e là da malghe e baite, una pregiata meta turistica sia estiva che invernale. Durante la stagione fredda, l'altitudine appropriata consente un sempre abbondante innevamento e gli amanti dello sci possono sfruttare nuovi ed efficienti impianti di risalita per praticare il loro sport preferito in uno scenario incantato. Non manca nemmeno un attrezzato percorso per lo svolgimento di importanti competizioni di bob su strada.
A Laggio l'Arena è sede di innumerevoli manifestazioni folcloristiche e culturali. Il nome di questo amena località alpina è di chiara origine romana: deriva infatti da "vicus" che in latino significa "villaggio"; la presenza dei Romani nei primi secoli dopo Cristo è infatti attestata da numerosi reperti archeologici. Caduto l'Impero d'Occidente, terminate le successive scorribande di Ostrogoti, Bizantini, Longobardi e Franchi e finito il dominio di alcune Signorie locali, Vigo entrò stabilmente a far parte della Serenissima Repubblica di Venezia, della quale subì le alterne vicende; mantenne sempre, ciò nonostante, un'ampia autonomia legislativa, in armonia con lo Statuto della Comunità Cadorina approvata dal Doge.
Vigo fu capoluogo della Centuria d'Oltralpe fino al 1797. La sua storia è caratterizzata da numerose controversie con la popolazione friulana circa il possesso di Campo Razzo e del Cadin di Razzo. Nel territorio comunale ebbero luogo due episodi gloriosi dell'epopea risorgimentale: durante la rivolta del 1848 i cadorini fermarono l'invasione nemica a Razzo e si scontrarono con gli austriaci in un'aspra battaglia sul Mauria; nel 1866, ad armistizio già concluso, vi fu l'ultimo combattimento della III guerra d'indipendenza, nel corso del quale i cadorini sconfissero gli austriaci a Treponti.
Vigo ha raccolto le sue memorie nella ricca Biblioteca Storica Cadorina, fondata nel 1892 dallo storico Antonio Ronzon. La biblioteca ha sede nell'ex palazzo municipale ed è suddivisa in tre sezioni: la prima è costituita dall'archivio storico cadorino nel quale sono conservate centinaia di pergamene, stampe, manoscritti ed altri documenti di notevole interesse; la seconda sezione comprende la Biblioteca Cadorina nella quale si contano oltre tremilatrecento volumi riguardanti la storia dell'intero Cadore; la terza sezione, infine, è costituita dalla biblioteca generale.
Lorenzago
Il nome Lorenzago deriva dal latino Laurentiacum: furono infatti i Romani ad assegnare tale nome al paese quando l'intero Cadore entrò a far parte del loro immenso impero. Lorenzago gode di una posizione geografica privilegiata: situato su un verde altopiano soleggiato a 880 metri s. l. m., domina il lago del Centrocadore. Dolci pendii coperti di prati e boschi rigogliosi gli fanno da incantevole cornice; sopra ad essi si erge possente ed incontrastato il monte Cridola (m. 2581), somigliante ad un "merlato castello medioevale con ai lati le feritoie eccelse degli Spalti di Toro e dei Monfalconi" (Severino Casara). Il panorama è davvero suggestivo. Lorenzago era un tempo chiamato la "Venezia alta" per la bellezza delle sue case patrizie fra le quali spicca la Tremonti, risalente al XVI secolo. È bello ricordare che, nell'Ode "Cadore", Giosuè Carducci definì questa località "aprica". Il paese si è imposto nel tempo come un apprezzato centro di villeggiatura; anche Papa Giovanni Paolo II ha scelto più volte di soggiornarvi.
Il comune, suddiviso nelle due borgate di Villapiccola e Villagrande, conta circa 700 abitanti. È percorso dall'importante strada statale carnica che collega il Cadore al Friuli attraverso il Passo della Mauria (immagine di 68k), secolare luogo di transito; lì l'orizzonte abbraccia sia la valle del Piave, che quella friulana del Tagliamento; lungo gli otto chilometri che separano Lorenzago dal Passo, si colgono scorci stupendi delle Marmarole e dell'Antelao. La storia del paese si riassume in quella dell'intero Cadore. Ricordiamo qui brevemente che i primi documenti scritti riguardanti Lorenzago risalgono al XIII secolo ed i Laudi sono del 1365. Nello stesso secolo ci furono scaramucce per questioni di confine con il vicino paese di Forni di sopra, ma la controversia si risolse definitivamente nel 1350. Durante i primi anni del XVI secolo, anche Lorenzago, come altri paesi del Cadore, fu teatro di combattimenti tra l'esercito della lega di Cambrai e quello veneziano. Quando nel 1508-11 il Cadore fu invaso dalle truppe di Massimiliano d'Asburgo, gli abitanti di Lorenzago vollero costruire, per voto contro la guerra e la peste, la chiesa della Difesa nella borgata di Villapiccola. Dello splendido altare ligneo a portelle di Nicolò da Brunico (1525) restano la predella ed una statua di S. Rocco. La chiesa che oggi vediamo è del 1841: quella cinquecentesca venne distrutta da ben due incendi. Sono stati fortunatamente salvati anche alcuni bellissimi affreschi di Giovanni da Udine che decoravano il coro dell'edificio precedente. La bella chiesa parrocchiale è del XVIII secolo e nel coro conserva una preziosa tela di Cesare Vecellio. Nel 1848 il paese visse le aspre battaglie dei cadorini impegnati nella resistenza contro gli invasori austriaci. Nel luglio del 1855 un terribile incendio distrusse l'intera borgata di Villagrande che venne presto ricostruita sulla base di un nuovo piano regolatore: autore del progetto fu l'architetto Segusini che prese a modello la città di Torino. Negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale Lorenzago fu anche teatro di valorose imprese partigiane.
Auronzo
Auronzo si adagia lungo le sponde di un grande lago artificiale ricavato dalle acque del fiume Ansiei. Le fanno da cornice alcune tre le più famose vette delle Dolomiti Orientali: i Cadini di Misurina, le Tre Cime di Lavaredo, la Croda dei Toni. Anche ad Auronzo, come in altri paesi della Comunità, sono state ritrovate testimonianze dell'antica colonizzazione romana, prima tappa di una lunga storia che accomuna l'intero Cadore. Nel periodo della Serenissima Repubblica di Venezia (1420-1797), Auronzo dovette far fronte a continue dispute con Ampezzo e Dobbiaco per il possesso dei pascoli a Misurina: la questione con Dobbiaco si risolse solamente nel 1753 con un proclama che tolse ad Auronzo parte dei territori occupati. Nel 1508-11, al fianco di Venezia, combattè aspramente la guerra contro Massimiliano I d'Austria e gli alleati della lega di Cambrai; il Cadore sconfisse il nemico, ma il paese ne uscì devastato. Scoppiata nel 1789 la rivoluzione in Francia e sceso Napoleone in Italia, il Cadore si trovò al centro di nuove contese tra tedeschi e francesi. Il 20 marzo 1797 scesero da Monte Croce di Comelico e da Zovo le prime truppe austriache che, senza il permesso del Doge, sarebbero dovute andare incontro a Napoleone per costringerlo a tornarsene in Francia. Il 13 maggio 1797 giunse a Pieve un reparto di soldati francesi che impartì al Cadore un nuovo ordinamento civile e penale: la regione venne divisa in 6 cantoni, uno dei quali comprendeva Auronzo, Lozzo, Lorenzago e Vigo e ad ogni cantone venne assegnata una municipalità locale. Il 10 novembre 1797 venne pubblicato il trattato di Campoformido col quale Venezia, il Veneto e il Cadore passavano all'Austria. La miseria nel 1801 era al culmine: le requisizioni effettuate dai militari di presidio francesi e austriaci ed il periodo di carestia che le seguì, finirono per esasperare la popolazione ormai stremata. Nel 1805 il Cadore tornava ancora una volta sotto il dominio francese; nel 1813 passava di nuovo agli austriaci, padroni fino al 1866: i moti risorgimentali del 1848 non ebbero dunque esito felice. Il 30 settembre 1866, dopo la battaglia di Treponti ed il successivo armistizio, gli auronzani scacciarono definitivamente gli austriaci e vennero chiamati ad eleggere il propri rappresentanti comunali. La prima riunione del Consiglio eletto secondo la legge italiana si tenne il 15 ottobre. Durante la prima guerra mondiale ripresero gli aspri combattimenti contro gli austriaci che avanzavano dalle montagne di Sesto, in Pusteria, e sul Monte Piana. Auronzo diventò presidio militare dei soldati italiani. A Monte Piana sono ancor oggi intatte le trincee e le gallerie scavate allora nella roccia; è stato allestito anche un piccolo museo ricco di documenti, fotografie e reperti risalenti agli anni della Grande Guerra.






